Cent’anni di Moltitudine
17 Settembre 2019
Paolo Verlengia (3 Articoli)
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Cent’anni di Moltitudine

Time to die… E’ tempo di morire! Così concludeva -eroico e sublime- un’inarrivabile Rutger Hauer nei panni del cybernetico Roy Batty nella scena più amata di Blade Runner. Era il 1982 -anno di uscita della pellicola di Alan Parker- ma la storia era ambientata in un distopico 2019, culla di un futuro livido ed allucinato.
Per ironia della sorte o per una bizzarra congiunzione astrale, è proprio nel nostro 2019 che il grande Rutger Hauer è venuto a mancare, emulando in un certo senso proprio il magnifico cyborg Roy, il suo personaggio più riuscito.

Coincidenze, incroci, ritorni, ricorrenze… C’è un che di grandiosamente finale nel 2019, come capita a tutti gli anni conclusivi di una decade, sospesi fatalmente tra il sentimento della nostalgia e la sensazione della vigilia. Ma che questo sia un anno speciale sembra confermato da una concentrazione insolita di anniversari. E come è giusto che sia, ce n’è per tutti i gusti.

Si va dai sessant’anni de La Dolce Vita di Fellini (“Marcello, vieni!”) ai cinquant’anni dal primo allunaggio ed i trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. Dai 120 anni della FIAT ai 70 della Nato, dai 90 di Anna Frank e Martin Luther King agli 80 anni di Giovanni Falcone. Sono 110 -aihmé- anche per il Futurismo, battuto in giovinezza dai ragazzacci della Bauhaus (100 anni tondi tondi per Gropius e compagni). Auguri anche ad Edgar Allan Poe (210), Lev Tolstoj (190), Ernest Hemingway (120), Cesare Pavese (110), J.D. Salinger (100) e –perché no?- anche al personaggio di Zorro (cento candele anche per lo spadaccino mascherato in total black). Si tratta di una selezione del tutto arbitraria ed oltremodo sintetica (come dimenticare, ad esempio, i 250 anni di Napoleone o i 200 dell’Infinito di Leopardi?), su cui si staglia l’ombra lunga dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci.

E poi ci sono i cento anni di Primo Levi…

Primo Levi nasce il 31 luglio del 1919 a Torino da famiglia di origine ebraica. Gli anni dell’infanzia sono adombrati dalla salute cagionevole di Primo, che lo costringono a condurre in forma privatistica gli studi elementari. Già dall’adolescenza sviluppa l’insieme di interessi eterogenei che andranno a formare la sua cifra versatile come autore: la passione per la chimica e quella per le lingue straniere.
Si iscrive all’università nel 1937, scegliendo la Facoltà di Scienze ed il corso di laurea in Chimica, naturalmente. Sono giorni difficili, dalle tonalità tragiche sempre più evidenti. Solo un anno dopo, il governo fascista promulga le leggi razziali. Ciò implica il divieto di frequentare corsi pubblici per gli studenti di origine ebraica, sia nelle scuole che all’università. Il divieto non vale però per gli studenti già in corso: Levi può dunque continuare a studiare, conseguendo la laurea a pieni voti in Chimica nel 1941. Sul suo diploma, accanto al suo nome figura l’odiosa dicitura “di razza ebraica”.

La Resistenza

Nonostante il clima non esattamente incoraggiante, il giovane Levi inizia subito a lavorare nel ramo chimico, trovando un impiego solido a Milano presso la sede locale di una ditta farmaceutica svizzera. Conosce Vanda Maestro, laureata in Chimica anche lei, con la quale condivide inoltre passioni ed ideali. La situazione incandescente non consente soste: cade il governo fascista e gli eserciti tedeschi occupano in breve tempo tutto il nord Italia, spingendosi fino al centro. Nel settembre del 1943 Levi decide di aderire alla causa della Resistenza e si unisce al Partito d’Azione Clandestino. Raggiunge un piccolo gruppo partigiano stanziato a Col de Joux, in Valle d’Aosta, dove ritrova Vanda Maestro. E’ con Vanda anche nella notte tra il 12 e 13 dicembre, quando vengono fermati ed arrestati dai tedeschi mentre erano sulla via del ritorno a Col de Joux dopo una missione.
I loro destini si separano praticamente qui: dopo lo spostamento temporaneo nel campo di concentramento di Carpi-Fossoli, avviene il trasferimento ad Auschwitz nel febbraio ‘44.

Qui Levi si salva grazie alla sua formazione chimica ed alla conoscenza della lingua tedesca, di cui aveva appreso i rudimenti all’università. Questo mix di competenze fa di lui un detenuto utile: viene smistato presso il laboratorio chimico Buna Werke di Monowitz, frazione di Auschwitz. Ora può lavorare in uno stabilimento chiuso e coperto, svolgendo mansioni sopportabili. In precedenza era stato obbligato insieme ai prigionieri ordinari, sollevando pesi disumani nei campi all’aperto, esposto alle temperature invernali. Vanda Maestro sarà meno fortunata. Gli stenti del campo la sfiancano ben presto. Nell’autunno del ‘44 muore, vittima delle camere a gas di Birkenau.
Levi aveva subito presto il forte ascendente di Vanda (i due si erano incrociati per la prima volta al liceo), il suo carisma ed anche il suo fascino. Nutriva per lei un sentimento forte e reale, ma per il quale lui non era ancora pronto. Per questa serie di motivi, la morte di Vanda fu sorgente di dolore profondo unito ad uno straziante senso di impotenza, oltre che ad una vena di rimpianto.

Un senso di colpa irrisolto…

V’era inoltre un sentimento più ampio, un senso di colpa irrisolto e complesso, lo stesso che Levi sentirà per sempre nei confronti dei detenuti non sopravvissuti, ad iniziare naturalmente dai prigionieri con cui aveva condiviso maggiormente o più direttamente, come Alberto Dalla Volta, Lorenzo Perrone ed appunto Vanda Maestro. Tutti e tre compaiono sotto spoglie più o meno riconoscibili nei personaggi che abitano le pagine dell’opera di Primo Levi.
Alberto fu il suo “migliore amico”, quello con cui egli condivise la quotidianità nel campo di concentramento prima e nel laboratorio chimico poi. Lorenzo condivise per certi aspetti il destino di Levi, nel suo essere salvato “dal suo mestiere”: essendo un abile muratore, veniva tenuto in conto dai tedeschi per guidare i progetti di espansione dei campi di concentramento. Per Levi rappresentò la generosità, fornendogli sostegno materiale (cibo, vestiti) e morale (sorvegliando il buon esito della corrispondenza tra Levi ed i suoi famigliari).
Alberto morì, per certi versi, nel più paradossale dei modi, nel momento della liberazione: nel gennaio del ’45, quando l’esercito russo era ormai vicino, i tedeschi decisero di sfollare i prigionieri dei campi di concentramento, fatta eccezione per quelli in infermeria. Fu ribattezzata “la marcia della morte” dato che i prigionieri dovevano camminare per kilometri nella neve prima di raggiungere un qualunque approdo. In moltissimi morirono, per la maggior parte di loro non fu nemmeno ritrovato il cadavere, come accadde ad Alberto.
Levi si salvò dalla “marcia” per un caso fortuito (ulteriore pungolo per il suo senso di colpa): si era da poco ammalato di scarlattina e fu dunque mantenuto nell’infermeria del campo di concentramento. Lorenzo, il “muratore buono”, riuscì invece a tornare a casa, ma sarà stroncato dalla tubercolosi nel 1952. Anche lui però, come Primo Levi

aveva smarrito il senso del vivere, passando attraverso il senso misterioso del sopravvivere alla tragedia.

Essere sopravvissuto costringe Levi ad un quesito di coscienza terribile: Perché proprio io? E perché gli altri no?

A questo tormento interiore Levi fa argine tramite la letteratura: scrivere diventa una missione, prima di tutto nei confronti di Vanda, Alberto, Lorenzo e dei tanti che sono deceduti alla tragedia dell’Olocausto. La letteratura insomma diviene una medicina, una formula chimica per sopravvivere al passato.

Se Questo è un Uomo

Non tutto però accade magicamente: il manoscritto di Se questo è un uomo viene rifiutato dalla Einaudi per ben due volte, nel 1947 e nel 1952. Levi è costretto ad ovviare alla situazione con “mezzi di fortuna”: fa uscire a scopo promozionale alcuni capitoli del testo su L’ Amico del Popolo, quotidiano di Vercelli e su Il Ponte, il mensile economico-letterario fondato un paio d’anni prima da Piero Calamandrei. Quindi, riesce a far pubblicare la stesura integrale di Se Questo è un Uomo dalla piccola casa editrice torinese De Silva, con una tiratura prudente: sole 2500 copie, di cui almeno un migliaio rimarranno invendute.

Si tratta però di un passo fondamentale: è questo fiero editore –convinto antifascista- a suggerire a Levi il titolo con cui il suo libro diverrà celebre, rinunciando a quello pensato inizialmente dall’autore: I Sommersi e i Salvati. Quest’ultimo rimarrà tuttavia un titolo significativo per Levi, che lo utilizzerà per nominare il nono capitolo di Se Questo è un Uomo. Lo riprenderà una seconda volta a distanza di anni, per intitolare un suo saggio del 1986 (per quella che sarà la sua ultima fatica letteraria).

La memoria, il male.

Ciò testimonia il fatto che per Levi la letteratura era strumento di memoria e di analisi, talvolta terapeutico, molto più spesso etico, la chiave per entrare in un mondo che avrebbe preferito dimenticare, ma che sentiva di non poter ignorare: il male. Per questo motivo permangono dubbi circa le cause della morte del grande scrittore, giunta improvvisa nell’aprile del 1987. Il corpo di Primo Levi viene ritrovato in fondo all’androne del palazzo dove aveva trascorso una vita. La portinaia era salita da lui solo pochi minuti prima per consegnargli la posta, gesto rituale che si consumava ogni mattina. Poi un tonfo.

Giovanni Tesio, che lavorava da mesi con lo scrittore per realizzare una sua biografia autorizzata, confessa che Levi negli ultimi tempi gli aveva chiesto di rinunciare a quell’opera: ricordare era troppo doloroso. E poi, quel senso di colpa indicibile che tornava a soffocarlo. Per contro, c’è chi testimonia dei tanti progetti che Levi ancora aveva e manifestava, dunque una aspettativa ed un desiderio di vita incompatibili con l’ipotesi del suicidio.

Non v’è dubbio invece sull’intensità della vita di Primo Levi. Nel 1958 la Einaudi ci ripensa e decide di pubblicare Se Questo è un Uomo nella collana Gli Struzzi. Evidentemente la distanza temporale permetteva ora di apprezzare meglio un dibattito lucido sull’Olocausto. Nel 1963 sempre per Einaudi Levi pubblica La Tregua, testo che sembra chiudere un cerchio, raccontando l’avventurosa odissea dei prigionieri sopravvissuti ai campi nazisti per fare ritorno a casa. La Tregua vince il Premio Campiello e Levi si afferma definitivamente come autore. Ma lui è e resta un chimico. Appena rientrato in Italia, prende servizio presso la SIVA (Società Italiana Vernici e Affini), giovane fabbrica di vernici di Settimo Torinese. Per Levi questa rimarrà sempre la sua professione identitaria, rimanendo in servizio fino alla pensione nel 1974, dopo aver assunto i ruoli di Chimico di Laboratorio, Direttore Tecnico e Direttore Generale della Siva. In realtà rimarrà in servizio fino al 1977 come consulente, a conferma della dedizione verso il suo lavoro e verso l’azienda che gli aveva permesso di iniziare una “seconda vita”.

Il legame con il mondo tecnico-scientifico è confermato dal trittico di opere scritte dopo La Tregua: le raccolte di racconti scientifici e fantascentifici Storie Naturali (1966) Vizi di Forma (1971) e il Sistema Periodico (1975) a cui si aggiunge Chiave a Stella del 1978, romanzo incentrato sul lavoro degli operai con cui Levi vince il Premio Strega. Negli anni ’80 torna invece prepotente la tematica della memoria legata all’orrore dei campi di sterminio, unita ad un rinnovato bisogno di comprensione che viene ora affidato allo stesso tempo alle armi del ragionamento e dell’emozione: Se non ora quando? (1982, romanzo vincitore Premio Campiello), Ad ora incerta (1984, raccolta di poesia), Dialogo (1984), I Sommersi e i Salvati (1986).

La letteratura è stata certamente la materia accogliente e preziosa tramite cui l’esperienza di Primo Levi ci raggiunge oggi intatta, pronta ad essere ripercorsa da noi posteri come materia viva.

Paolo Verlengia

Paolo Verlengia

Critico teatrale, ricercatore e autore. Ideatore e conduttore di percorsi formativi, workshop e conferenze, cura incontri con artisti e compagnie, giungendo ad intervistare negli anni i principali rappresentanti della scena nazionale.

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